mercoledì 8 aprile 2009

Per il compleanno di Maria Luisa Bene

Auguri Maria Luisa
Maurizio Nocera

Santa Cesarea Terme. Una sera di marzo 2009. Nella casa che affianca la fantastica dimora di “Nostra Signora dei Turchi” siamo in cinque. Non siamo seduti attorno ad un tavolo, ma in un salotto dalle poltrone bianche. I nostri nomi sono: Valentina Sansò (che nella vita fa la grafica); Mauro Marino (che nella vita fa il grafico, ma anche il giornalista e tante altre cose); Piero Rapanà (che nella vita fa l’attore), chi qui scrive (che nella vita insegna in un liceo pedagogico). Poi c’è lei, la Signora, cioè Maria Luisa Bene, sorella dell’impronunciabile, di CB.

Siamo curiosi di sapere com’è stata la sua vita, quella dei suoi genitori, da dove proveniva la sua famiglia. In realtà, attraverso le domande che poniamo alla Signora, vogliamo delle risposte che ci permettano di sapere qualcosa in più di suo fratello, dell’impronunciabile, di CB.


Maria Luisa, candida come una margherita bianca di primavera, ci dice che lei e CB sono nati a Campi Salentina, dove i loro genitori si erano trasferiti per motivi di lavoro. Le intenzioni dei genitori erano quelle di rimanere lì soltanto tre o quattro anni. Il dottor Reale, leccese, concessionario di tabacchi e proprietario del tabacchificio di Campi si era rivolto a Umberto Bene, nativo di Vitigliano, ma all’epoca residente a Lecce, con queste parole:

«Dottor Umberto solo lei può fare il miracolo. Quell’opificio – il più grande che ho – non va bene. Me lo deve rimettere a posto. Solo lei ci può riuscire».

La Signora continua a dirci che il suo papà e la sua mamma abitavano a Lecce, ma non ancora in via Degli Antoglietta, in un altro posto, per cui decisero di accettare questo nuovo lavoro a Campi. In un primo momento la mamma rimase a Lecce, mentre il papà faceva su e giù da Campi. Però il dottor Reale insistette:

«Don Umberto non è bene che donna Amelia rimanga a Lecce. Apre i cassetti, rivede le cose della bambina che ha perduto – si chiamava Maria Teresa – e tutto ciò diviene penoso per lei. La introduca nel mondo del lavoro».

A quel tempo [siamo negli anni ‘30] le donne non lavoravano, per cui mamma Bene accettò volentieri la proposta di portare avanti l’amministrazione dell’opificio. Fu così che Umberto Bene divenne il direttore tecnico mentre la mamma di Maria Luisa e dell’impronunciabile, di CB, quello amministrativo.

Ci dice ancora la Signora: «Io e Carmelo siamo nati lì. Solo successivamente ci siamo trasferiti a Lecce, quando io avevo già quattordici anni e mezzo e Carmelo sedici. Carmelo è stato più fortunato di me perché, oltre alle elementari, ha potuto fare a Campi anche le Medie e le Scuole Superiori presso gli Scolopi. Invece io, dopo la quinta elementare, piccolina piccolina com’ero, con le treccine dovevo prendere il treno e andare a scuola a Lecce. A Campi non c’erano le Scuole Medie femminili. Poi, tutti e due abbiamo fatto a Lecce il Liceo Classico. Carmelo lo ha iniziato a Campi, la seconda e terzo liceo l’ha frequentata invece a Lecce. Quando ci siamo trasferiti in città, in via Degli Antoglietta, io facevo la quarta ginnasio. Abbiamo frequentato in quella scuola che adesso è l’Ateneo [nei pressi di Porta Napoli], vicino dove andavo a giocare a tennis. Erano i primi anni ‘50».

La Signora ci informa che la casa di via Degli Antoglietta fu venduta ad un prezzo accessibile ad Umberto Bene dal dottor Reale. Ricorda che si trattò di un grandissimo affare dettato dalla gratitudine. Era una casa di quasi trecento metri quadrati, con il lastrico solare. Umberto Bene aveva risolto alla famiglia dei Reale i problemi dell’opificio di Campi. Si era in tempo di guerra e a Lecce nessuno poteva avere il grano per fare il pane, la semola, i legumi. Maria Luisa ci dice che a Campi tutto il paese adorava il padre, in particolare perché non aveva voluto aderire al Fascismo, e poi anche perché non aveva voluto prendere alcuna tessera, assecondando i primi scioperi operai. «Era lui che si metteva davanti ai cancelli, addirittura rischiando di farsi sparare! Questo Carmelo lo ha raccontato, papà era fortissimo, benché non fosse molto alto».

Ci dice ancora che una volta si presentarono a Campi due fascisti, lei, Maria Luisa, era attaccata al pantalone di padre, quando venne aperta la porta. «Lo minacciarono di prendere i bambini… le scale avevano un’unica rampa molto ripida. Papà fece semplicemente così… e rotolarono giù per le scale».

I contadini campiensi amavano Umberto Bene perché dava loro le sementi. In tempo di guerra, andava in Bosnia Erzegovina con un carro bestiame, e da lì riportava il tabacco e le sementi. Allora tutti i contadini di Campi coltivavano il tabacco.

La Signora racconta: «La mamma gli diceva: “Fammi una cortesia, non andare all’ufficio di collocamento. Prendi la bicicletta e fai un giro delle case. Vedi chi ha più figli, dove c’è più bisogno”. Allora i miei genitori arrivarono ad avere occupati fino a ottocento operai. E lì si lavorava il miglior tabacco delle Puglie».

Garbatamente chiediamo alla Signora a quanti anni CB lascia la casa di Lecce per andare a Roma.

«A diciassette anni. Appena finito il Liceo classico», è la risposta che ci viene data.

Lei, invece, finito il Liceo, fu mandata in “esilio” a Bologna. Esule perché aveva un ragazzo che Umberto Bene non voleva per la casa. «Così – ci dice la Signora - quando Carmelo debuttò nel ’59 al teatro delle arti, papà e mamma partirono da Lecce, io da Bologna e ci trovammo in albergo a Roma».

Fu in quella occasione che CB le disse: “Ora che ritorni a Bologna fai un corso di recitazione”.

«Ho già iniziato», rispose lei.

Gentilmente le chiediamo di dirci quale fu la prima opera di CB

«Fu il Caligola».

Camus era rimasto molto insoddisfatto dall’interpretazione di Gèrad Philipe, per cui CB e i suoi amici andarono a Parigi a chiedergli i diritti d’autore. Lì non c’era. Si trovava alla Fenice, a Venezia. Così CB lo cercò in albergo, dove andò assieme al regista Alberto Ruggero, che con lui faceva ancora l’Accademia. Camus chiese loro: «Chi dei due sarà Caligola?».

«Io, maestro» rispose Carmelo – aggiungendo – «Abbiamo un grosso problema, non abbiamo molto denaro per i suoi diritti».

«Vi cedo i diritti, in cambio di un posto in platea la sera della prima» fu la sua risposta.

Purtroppo non lo vide mai, perché morì prima.

Chiediamo ancora alla Signora in quali teatri C. B. debuttava.

«Carmelo ha debuttato non nelle cantine. I suoi debutti li ha fatti tutti nei grandi teatri. Dopo aver fatto il “Caligola” al Teatro delle Arti, lo fece poi come attore e come regista anche al Politeama di Genova. Poi ha fatto “Dottor Jekil e Mr. Hide” al Ridotto dell’Eliseo; “Ubu Roi” al Teatro dei Satiri; il “Faust” al Margherita. Poi ha fatto “Manon” al Flaiano, e al Teatro delle Muse “Il rosa e il nero” e “Il Monaco”».

Vorremmo ricordare alla Signora altri particolari dei debutti di CB delle sue sperimentazioni, di altro ancora. Ma subito la sua risposta sovrasta la domanda:

«Per la sperimentazione e la ricerca era un problema trovare gli spazi, per questo aprimmo il primo Teatro Laboratorio in Trastevere, a Piazza San Cosimato. Da lì passammo poi al Beat 72, quindi al Teatro “Carmelo Bene” in piazza Fontanella Borghese. Ma già in Piazza San Cosimato venivano Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Elsa Morante. Carlo Giulio Argan, il quale, nell’occasione del “Majakovskij” di Carmelo portò a teatro tutti i suoi studenti a sentirlo».

Gentilmente, chiediamo a Maria Luisa di sapere come va ora la sua vita.

«Questa notte, ma anche la notte scorsa e l’altra ancora, ho avuto una forte tachicardia. Così, mi sono detta “Maria Luisa quanto ti rimane da vivere?”. Questo mi sono detto, nello stesso momento in cui pensavo alla cosa più importante che ho ancora da fare: portare le ceneri di Papà e di Carmelo da Otranto a Santa Cesarea. Poi dopo posso anche morire. Ho vissuto tante di quelle vite che lo stress prima o poi era giusto che arrivasse. Quando qualcuno mi parla di depressione, a me quelle parole mi sembrano essere quasi uno schiaffo alla Provvidenza. Perché nessuna più di me avrebbe avuto diritto alla depressione. Io non ho avuto il tempo di deprimermi. Mai. Ho sempre corso come una figlia di quaglia. Ho fatto la vita in corsa. Per questo ora non vedo l’ora di fermarmi».

Chiediamo alla Signora perché mai lei non ha sfruttato l’occasione per fare teatro.

Ci risponde così: «Quando eravamo giovani io e Carmelo avevamo la voce identica. Ripeto: identica. Io ho fatto dizione a Bologna con Ernestina Zaggia, la moglie di Memo Benassi, sua compagna di scena. Lei mi voleva in radio, dove conduceva una trasmissione pomeridiana la domenica. Io invece tornai a Lecce per convincere i miei. Volevo raggiungere Carmelo a Roma. Però non dovevo convincerli con la parola bisognava inventare qualcosa. Questo qualcosa è possibile rintracciarlo in un passo del libro di Carmelo “Sono apparso alla Madonna”. Si tratta di un lapsus di mio fratello, ed è questo; quando sono nata io, Carmelo desiderava che mi gettassero giù dal terrazzo. Carmelo odiava le bambine, perché le trovava leziose. Poi però mi accettò, anzi ne fu felice, tanto che, quando mi regalarono la prima bambola – in tempo di guerra erano bambole fatte di stoffa, neanche quella tanto buona, riempite di paglia – la feci a pezzettini piccoli piccoli piccoli. La distrussi. Questo lo rese felice, perché disse: “Ecco, allora ce l’ho il compagno di giochi”. E furono pistole, insieme, il teatrino! Io sulla sediolina, fui il suo primo critico».

E qual era la vita a Lecce, in via Degli Antoglietta?

«Lì facevamo scherma. Fioretto – ci sentiamo rispondere – Quando Carmelo terminò il Liceo, prese lezioni dal Maestro Barbara, perché voleva diventare tenore. Però poiché avevamo cominciato tutti e due a fumare gli si ‘spezzo’ la voce. Pensate che la mia prima sigaretta - Carmelo già fumava - me la offrì papà che avevo sedici anni, durante la festa di matricola di Carmelo. Era una Serraglio! Lo ricordo perché era piatta. Ricordo pure che quando studiavamo, quando mamma si alzava per portarci il caffè alle cinque o le sei, nella stanza di Carmelo l’aria si tagliava con il coltello. Mamma diceva “Voi due questa notte…”.

sabato 14 marzo 2009

E' da tempo che ci manca...

16 marzo 2009 – anniversario che non si ricorda più della scomparsa dell’irrapresentabile.


da “SONO APPARSO ALLA MADONNA / VIE D’(H)EROS(ES) / autobiografia” di C. B. letta in filigrana e a saltelli da Maurizio Nocera che si vergogna pure di scriverlo che prima del primo atto aveva già voltato pagina al 1983 con la nostalgia del cominciamento sprofondante nelle viscere della terra d’Otranto che come dire è l’inizio di settembre in cui Lui nacque da un religiosissimo bordello confuso nelle tessere di un albero della vita nella pietra dentro i piedi di nostra santa madre basilica cattedrale che non era sulla mancanza lontananza di un’Otranto ubriaca ma culla di storie estroflesse immaginarie da inventare per una sua autobiografia rischiosissima scontata per un non pensiero spensierato tra i nomi di Giordano Bruno Giambattista Vico Tommaso Campanella in un’Otranto che è Magna Grecia come nord del sud del mondo di un sud del sud che comincia a Vitigliano come dire nel ventre di Santa Cesarea sulfurea che eccede per il santo dei santi di qui quel Giuseppe Desa da Copertino che vola con la testa dipinta di verde bevuto di nascosto perché la mamma non sa come prenderlo e lui diviene frate beato Asino che raglia a bocca aperta per fare contenta nostra signora di qui che non è turca stanca ma turca distesa «su un asse di appena cinquanta chilometri distante Otranto, in Campi Salentina, pianura sconfinata agricola di grano, vino, ulivi, e tabacco, soprattutto tabacco, un Atlas di tabacco, [dove] ha luogo la [sua] nascita di Sardanapalo» abbandonato fuggitivo alla capitale con l’Ulissse joyciano che legge Finnegans Wake per dirla con l’uomo dall’occhio sbilenco e dalle gambe coreutiche come di una taranta morta d’invidia per quel primo Amleto al Teatro Laboratorio seguito dal Pinocchio innamorato di una Salomè che non ne vuole proprio sapere di essere un po’ in disciplina indisciplinata come suo padre che vive dei soldi di quel Credito Italiano in cui lui non esisteva affatto perché diceva «se il mondo fosse la visione che ne abbiamo e non quella che il mondo ha di noi, saremmo forse più riservati» almeno fino a quando non s’accorgeva del «pubblico, ché una lampa vigliacca, in controluce, denunciava implacabile questa ed altre consimili magagne di quell’eroe involontario» dell’eterno addio che era prima di essere addio una non storia un non evento un non sonno un non sapere dove andare perché uno come Lui non aveva «mai leccato un sentimento. Mai penetrata un’anima» in quanto il principio è solo sonno azione illusoria di paternità dolente con le mani bianche affilate come coltelli che esce dal proscenio e si protende verso l’eternità punto.

mercoledì 14 gennaio 2009

Su carmelo e Maria Luisa Bene - Di solo amore

Mauro Marino


“Non si uccide con un revolver, con un'arma da punta o da taglio. Si uccide anche per carenza di cure”. Non possiamo sapere sino a che punto siano vere e realistiche le ipotesi di Maria Luisa Bene sulle circostanze della morte di suo fratello Carmelo, ma qualcosa ci dice che in esse ci sia l'estremo tentativo da parte di questa donna eccezionale di riportare l'attenzione sulla figura e l'“eredita” intellettuale ed artistica di suo fratello.
Maria Luisa Bene è persona dolcissima. L'età la fa delicata e la memoria che la abita preme la voce, che, inquieta, sempre mostra le tante cose di un'avventura in lei ancora densa di emozioni.
Per lungo tempo sodale e complice delle scelte artistiche del fratello. Sin dall'infanzia! Racconta di un 'mitico' viaggio a Bari, in carrozza, per andare a vedere il “Lohengrin” di Wagner al Teatro Margherita, del fondale del teatro che sia apre per lasciar vedere il mare e il cigno-barca che si allontana con il protagonista della messa in scena!
A questo erano allevati i due fratelli Bene! A queste visioni!
La memoria che la abita è uno spaccato importante della vita di Carmelo Bene e del suo teatro. Poco s'è fatto e poco si continua a fare per accudire questa memoria!
La foga “istituzionale” al domani della morte del Maestro ha prodotto dei grandi giri a vuoto.
I 'comprimari' dell'ultima stagione di vita di CB hanno sostituito gli affetti, quelli veri.
Quello autentico di Maria Luisa, che è stata messa nell'angolo, dimenticata, esclusa da chi si affannava a legittimare la propria posizione di privilegio nel dover testimoniare la grandezza di ciò che non c'era più.
Quella “mancanza” è rimasta tale solo nel cuore di Maria Luisa. Pochi le sono stati vicino, attenti ad ascoltare. Luigi Santoro, Maurizio Nocera, Antonio De Carlo tra i pochi che in questi anni hanno mantenuto con lei teso il filo del ricordo.
Il resto distratto, all'inseguimento di chissà quale convenienza.
La foga dell'apparire ha rivelato tutta la sua approssimazione: l'idea che la “politica” poteva far da spalla forte e legittimante alla costruzione della Fondazione è naufragata da subito, per vigliaccheria e per incompetenza.

La vigliaccheria della politica che nonostante le promesse fatte non è stata in grado o non ha voluto mantenerle. Per cui una Fondazione che aveva come partner di fatto il Comune di Otranto, la Provincia di Lecce e la Regione Puglia s'è trovata da subito a dover fare i conti con l'assenza di chi per 'gelosia' politica non stava più nel gioco. C'era Raffaele Fitto, affianco al Maestro, vestito di bianco in una delle sue ultime performance otrantine, poi non c'è più stato! Era a disagio in compagnia di tutto quel miele intellettuale? Non gli piaceva il Teatro? Pensava bisognasse fare altro per ricordare, tutelare, valorizzare, mantenere quel grande patrimonio?

Man mano non c'è stato più nessuno!

Travolti dall'incompetenza e dall'approssimazione di chi aveva dato avvio al percorso di creazione della Fondazione senza tener conto dell'esistenza di una moglie e di una figlia, legittime ed uniche eredi di quanto a Carmelo Bene è appartenuto, di quanto Carmelo Bene ha creato.

Ritorna come un presagio la visione del cigno che si allontana sul mare di Bari!

Wagner scrisse di vedere in Lohengrin il prototipo dell’artista moderno – un’ombra di se stesso – gravato da un destino di solitudine e di incomprensione da parte del mondo circostante. Così è stato per Carmelo Bene! Non ci rimane altro che interpretare le parole di Maria Luisa Bene: “Non si uccide con un revolver, con un'arma da punta o da taglio. Si uccide anche per carenza di cure”, di affetto, di accudimento, di dedizione aggiungiamo noi!

Si uccide una volta e si continua ad uccidere, a cancellare, a confondere la memoria con la menzogna, si continua a tradire ciò che solo ha avuto e ancora ha, necessità d'amore!

martedì 15 luglio 2008

Carmelo e Maria Luisa Bene

martedì 3 giugno 2008

Maria Luisa e Carmelo Bene

mercoledì 21 maggio 2008

La mosca nel bicchiere

di Amalia Cecere

Carmelo bene: genio irrequieto e polimorfo della scena italiana, testimone protagonista dell’acre tenzone tra vecchio e nuovo teatro negli ultimi quattro decenni del Novecento, e nondimeno “autore-scrittore” di rara integrità, per l’elevatissima tensione linguistica ravvisabile nelle sue scritture tanto teoriche che letterarie. A cinque anni dalla sua scomparsa, Stefano di Lauro propone una esemplare commemorazione dell’artista salentino con La mosca nel bicchiere. La poetica di Carmelo Bene (Icaro, 2007), un volume assai pregiato per contenuti e fattura editoriale.

Sul teatro di Bene molto è stato scritto ad opera di insigni studiosi italiani e francesi; non altrettanto può dirsi della sua poetica, mai doviziosamente esplorata nella sua intierezza (logico-analogica, sincronico-diacronica), ove s’eccettui la pletora d’interventi sul “grumo teorico densissimo” della phonè. La mosca nel bicchiere è, per l’appunto, un’analisi complessiva del pensiero beniano, dagli esordi romani sino alla Macchina Attoriale, epilogo quasi totemico della phonè, ultimo atto d’uno sviluppo teoretico assai articolato del quale di Lauro esamina snodi consequenziali e aporie con una sensibilità e una misura che gli derivano da una profonda onestà intellettuale; un’onestà mai scalfita dall’indiscutibile ammirazione che pure trapela per il suo oggetto di studio.

La poetica beniana, è notorio, ridonda di citazioni intertestuali come pure di “divertissements irritanti e beffardi”. Il rischio fondato, in uno studio sui generis, è di “mutuare le maschere linguistiche del genio”, piuttosto che d’assecondare taluni inganni imputabili all’indole asistematica e naturaliter istrionica del Salentino. L’autore schiva questo rischio, informandoci, con un’arguta epigrafe in ouverture (cita da un “distico a pennarello su panchina veronese”), che “le parole c’erano già tutte / dovevi solo leggerle nell’ordine giusto”; con ciò già dichiarando il criterio di base che informa lo studio, quello della citazione diretta, o della giustapposizione di citazioni.

La mosca nel bicchiere “si prefigge, per quanto la materia lo consenta, d’essere chiarificatore e in qualche modo ‘divulgativo’; ovvero […] si prefigge di rilevare le ‘fonti’ del suo pensiero [di Carmelo Bene] al fine di meglio comprenderne l’evoluzione e di sbrogliarne le tortuosità costitutive.”

Di questi tempi, in verità, la parola “divulgativo” può prestare il fianco a non pochi malintesi. Ma appare immediatamente chiaro che la divulgazione a cui allude l’autore è ben lungi dall’intendersi quale semplificazione, e bensì contenga una verisimile allusione alla vulgata, ovvero alla traduzione “più fedele” delle Scritture, più fedele perché più aderente alle fonti. Nella fattispecie, le “fonti” sono duplici: le parole dello stesso Bene e una vasta porzione della cultura letteraria e filosofica contemporanea (romanticismo, decadentismo, irrazionalismo e strutturalismo; scontato il filo conduttore della teologia negativa e della mistica speculativa), a cui il Salentino fa assiduamente riferimento.

L’analisi, tuttavia, non resta su un piano di mera neutralità; essa si spinge a ipotizzare, col suffragio d’un’ampia collazione di citazioni, l’ipotesi dello strutturalismo come “orizzonte teorico più idoneo a ‘comprendere’ tanto i postulati che i paradossi della sua poetica.” La tesi, certamente inedita nel pur vasto ventaglio esegetico fiorito intorno all’opera beniana, appare felice e persuasiva.

Tra i quattro capitoli tematici che compongono il lavoro (su Adelchi, sulle fonti filosofiche, sulle fonti letterarie e sulla teatrica) si crea un fitto ordito di rimandi intertestuali: può così accadere d’intercettare il com-motus, la segreta vibrazione che scavalca d’un balzo la Storia e avvia un dialogo sincronico tra Adelchi e Lévi-Strauss, tra Manzoni e Lacan, tra l’urtante inverecondia beniana e i mistici afflati di Meister Eckhart, solo per citare alcune delle numerose corrispondenze.

Senza tema d’allocarsi fuori dal coro, come egli stesso dichiara, e tuttavia senza smarrire la debita umiltà scientifica (il monstrum Bene prestandosi per naturale disposizione ad approvazioni o dissensi risoluti; donde, come già si diceva, il rischio di generare un commentario apologetico o sinistramente speculativo), l’autore dipana il suo discorso con un’encomiabile probità interpretativa che mai rifugge dall’accurata argomentazione, e che non lesina utili inquadramenti atti ad agevolarne la fruizione. Un’idea di chiarezza tutt’altro che populistica, quella di di Lauro, che contribuisce, con discrezione e risolutezza, a spianare una via alternativa alla comunicazione della materia culturale, benché (o forse mercé) egli si consideri un outsider, un “cane sciolto”, come ama definirsi. Una visita al suo sito (www.stefanodilauro.net), invero accattivante, provvede i suoi lettori di interessanti ragguagli sulla poetica di questo ex teatrante, compositore, videomaker, drammaturgo, da poco “convertito alla scrittura per scongiurare i ricorsi dello scontento”. Il suo esordio editoriale risale allo scorso anno con un’insolita opera narrativa, ÒperÉ. È ben possibile che La mosca nel bicchiere, resti un unicum, un’incursione isolata nella saggistica, e che rappresenti, come si intende dal libro, una casuale (“ma il caso non esiste”, ci avverte l’autore) occasione di riconoscenza per i suoi Maestri.

Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

ANNALI XLIX,2


domenica 11 maggio 2008

Del poeta, sempre, fanciullo!


di Vito Antonio Conte

Convivo con la follia: la mia. Campana mi fa compagnia. I Canti Orfici erano tempo fa. Oggi è Io poeta notturno. Si tratta di una raccolta di missive inedite di Dino Campana, pubblicate nella collana ocra gialla delle Edizioni Via del Vento. Qualche anno fa, su Musicaos, ho scritto delle diverse collane (oltre a quella già citata, ne conosco altre due: acquamarina e iquadernidiviadelvento) di questo editore toscano (con sede in Pistoia) e delle peculiarità e preziosità di questi libricini (di testi inediti nel formato 16 x 12), “usando” Sono fluito di Fernando Pessoa. Adesso faccio il contrario: il pretesto è il cenno all’editore per dirvi di Campana. Come posso. Come voglio. Non vi dirò della sua biografia: di Marradi, nell’Appennino tosco-emiliano, e di sua madre, Fanny, donna compulsiva, che trascurò Dino (quando nacque il secondo figlio, Manlio) al punto che l’assenza di affetto e le brusche reazioni materne segnarono l’inizio del male che contribuì alla fine del poeta in quel di Castel Pulci. Non vi dirò del suo divino cenciare errabondo reale e fantastico per luoghi che, invece di essere terre possibili, spesso, acuirono il suo disagio esistenziale (di Dino, che del nomadismo aveva pregna l’anima, sì da avere dell’esistenza una concezione anarchica e avventurosa). Nè vi dirò delle definizioni che, di volta in volta, critici invidiosi e letterati gelosi, sempre e comunque tardivamente, catalogarono la sua scrittura come frutto di un poeta visionario, allucinato, pazzo, orfico, vagabondo, mediterraneo. Nella migliore delle ipotesi. Invero, più spesso, Campana venne osteggiato, emarginato, deriso, escluso, ignorato. Nel mentre cercava unicamente di affermare il suo diritto di esistere. Neppure vi dirò di Boine, Novaro, Cecchi, Serra, Soffici e Papini (ed altri del suo tempo). Gli ultimi due, com’è noto, smarrirono il manoscritto dei Canti Orfici (originariamente titolato Il più lungo giorno) che Campana consegnò loro, nel dicembre 1913. Dello smarrimento Campana non riuscì mai a farsene una ragione. Sfidò Ardengo Soffici a duello. Minacciò di morte Giovanni Papini (memorabile una lettera del poeta a Papini datata 23.1.1916: “Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò”). Dopo averla faticosamente riscritta, pubblicò la raccolta, a proprie spese (si dice che fu organizzata –dal concittadino Luigi Bandini- una colletta tra ottanta persone, ma che alla fine soltanto la metà aderirono concretamente), nel 1914 presso il tipografo Bruno Ravagli di Marradi e ne vendette personalmente le copie in ogni modo. Il manoscritto fu ritrovato tra le carte di Soffici nel 1971 dalla figlia Valeria e, successivamente (nel 1973), pubblicato in due volumi dall’editore Vallecchi (cui, ironia della sorte, più di mezzo secolo prima, Campana aveva chiesto –invano- di pubblicarlo). Non vi dirò degli Autori che amava: Poe, Nietzsche, Whitman, Rimbaud, Verlaine, Eschilo… e Sbarbaro. E, ancora, non vi dirò della sua storia con Sibilla Aleramo (Rina Faccio) o di quella di Sibilla Aleramo con Dino Campana (…) e, credetemi, vorrei: è stato il rapporto amoroso e sessuale non solo più turbolento della letteratura italiana, ma anche densissimo di incroci, deviazioni, deragliamenti, curve e strade vietate da far invidia alla più grande metropoli conosciuta. Quando ho aggettivato il rapporto tra i due amoroso e sessuale, la disgiuntiva era voluta: sull’amore dell’Aleramo è stato detto di tutto e di più, ma è sufficiente leggere il carteggio tra l’Aleramo e Campana, pubblicato negli anni sessanta, per comprendere quanto quell’amore è stato incontenibile e devastante. Sulle prestazioni sessuali di Campana si dice fosse instancabile e pretendesse dall’Aleramo più di quanto (e, sicuramente, era molto) la stessa potesse. E, poi, sulla virilità del poeta, circolano diverse leggende metropolitane secondo le quali, nei periodi di internamento in manicomio, Campana si masturbava fino a quindici volte al giorno!?! Ma questo non lo dico. Invece, oltre l’essere debole e nevrotico, oltre le illusioni del crepuscolarismo e del futurismo, oltre ogni altra vana speranza di letteratura nuova, segnate dal sangue di Campana, dirò della sua avversione per lo studio e l’uso della metrica, del suo sentirsi il depositario dei segreti del mondo, del suo modo di disvelarli con i versi e del suo dolore per la miopia d’intorno, della sua rabbia per la cecità artata che lo costringeva a elemosinare la vita. E, dopo la riscoperta del 1968 ad opera del Falqui (noto il suo Saggio Campaniano su Novecento Letterario), desta senso sentirlo ancora definire poeta melodico e visivo, musicale e cromatico. O, nella più alta delle etichette, caposcuola della poesia moderna. C’è che la poesia di Dino Campana non è circoscrivibile nell’alveo di un movimento piuttosto che in un altro; non è classificabile secondo canoni ordinari; sfugge a qualsivoglia genere di definizione: perché è unica, com’è unico Dino Campana! E tanto emerge anche dalle missive raccolte in Io Poeta Notturno: mi piace ricordarne qualche passaggio: “Io sono un povero diavolo che scrive come sente: Lei forse vorrà ascoltare. Io sono quel tipo che le fu presentato dal signor Soffici all’esposizione futurista come uno spostato, un tale che a tratti scrive delle cose buone. Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato. Aggiungo che io merito di essere stampato perché io sento che quel poco di poesia che so fare ha una purità di accento che è oggi poco comune da noi. Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha il diritto di essere ascoltata.” (da lettera a Prezzolini datata 6.1.1914). Da queste righe emerge tutta la fragilità e disperazione dell’uomo Campana e, ad un tempo, tutta la consapevolezza della potenza del suo essere poeta e, mi piace evidenziarlo, l’uso del verbo stampare in luogo dell’attuale pubblicare… Concetto che ritorna nella lettera a Emilio Cecchi, datata 2.5.1916, nella quale Campana denuncia: “immaginerà con quanto schifo sono obbligato a ricorrere a questi miserabili succhiatori del miglior sangue d’Italia che si chiamano editori. Abbastanza maramaldi ho già conosciuto per non aborrire certe nuove relazioni. Pure nella speranza di un qualche centinaio di lire eccomi qua a pregarla di darmi l’indirizzo di uno di questi cani la cui vigliaccheria assassina del pubblico da l’autorità di rubare senza disonore il sudore di noi saltimbanchi. (…) Non sono un vile e temo che la mia riserva di eroismo sia esaurita. Cardarelli mi scrive: crede in una gaia scienza: lui beato. (…) Confido che lui e altri più di me sapranno amare quel fantasma soleggiato di felicità che credetti intravedere molto tempo fa laggiù sul mediterraneo. Non creda che io lavori sul serio. Che cosa potrei fare. Il popolo è assente, la coscienza perduta e per diventare mistico non sono abbastanza vile. (…)”. Campana è fortemente deluso e incazzato per le sorti sue, della sua poesia e della poesia del suo tempo, ma continua a dire, con violenza, la sua condizione e le negazioni in cui si imbatte per affermare il diritto di vivere (seppur, anche) quella condizione. Fino allo stremo. Così andrà avanti. Fino alla dichiarazione ufficiale di essere pazzo della primavera del 1918 e a quella sorta di rassegnazione serena che si rinviene in una delle sue ultime lettere, quella scritta l’11.4.1930 a Bino Binazzi, nella quale, tra l’altro, dice: “Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili…”.

E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera!

Chi non la conoscesse ancora la legga. È immortale. E Via del Vento è meritoria perché la fa circolare in quel formato (peraltro) di facile accessibilità.